La riflessione di un ristoratore: «Lo Stato dovrebbe tutelare chi è più debole»

ristorante cucina

MONTE ARGENTARIO – «Lo Stato dovrebbe tutelare chi è più debole» ne è convinto Paolo Bracci titolare della Trattoria a casa di Paolo e Rosita. Paolo ci ha inviato una lunga e accorata lettera, in cui espone le difficoltà di questi mesi, i dubbi e le problematiche che riguardano tutta una categoria, e qualche considerazione al riguardo.

«È assurdo prevedere un limite per il rimborso alle aziende che hanno avuto un calo del 33% del fatturato. E chi ha avuto un calo del 31% perché non dovrebbe averne diritto? Per poi aprire al ristoro a tutte le partite Iva?».

«Sai quante aziende percepiranno contributi senza avere avuto danni o quasi. Anche perché i danni da Covid sono di tre tipi: mancata apertura per obbligo di legge: ristoranti, bar, palestre ecc. Minor fatturato come riflesso delle politiche di limitazione alla circolazione: es. tutto il turismo. Minor fatturato per ridotta disponibilità economica in generale: questo colpisce gran parte delle attività economiche non essenziali. I ristoranti subiscono l’influsso negativo di tutti e tre i danni».

«Se si valuta solo la perdita di fatturato, si rischia di dare soldi ad aziende che hanno chiuso per altri motivi. Se le risorse fossero infinite, questo non sarebbe un problema. Invece per reperire questi soldi in più si mette un limite assurdo. Tra l’altro, in una piccola attività a carattere familiare, come la nostra, un calo di fatturato del 20% significa già non avere retribuzione per chi lavora».

«Lo stato dovrebbe tutelare chi è più debole – prosegue Paolo Bracci -, per questo le piccole aziende a carattere familiare, dove lavorano in prevalenza familiari inquadrati come collaboratori e quindi senza ammortizzatori sociali, dovrebbero essere maggiormente tutelate rispetto alle grandi aziende. Questo perché nelle grandi aziende la forza lavoro è protetta dalla cassa integrazione e daltri ammortizzatori sociali e anche una percentuale bassa di ristoro sul fatturato perduto è sufficiente a coprire i costi fissi dell’azienda. Nelle aziende a carattere familiare i collaboratori traggono la propria retribuzione dal fatturato. Quindi una bassa percentuale di ristoro copre le spese fisse ma non fornisce nessun supporto al reddito di chi lavora. Nel 2020 non abbiamo lavorato cinque mesi (più un mese abbiamo lavorato solo a pranzo). Per cinque mesi non abbiamo avuto nessuna retribuzione».

«Una soluzione – propone Paolo – potrebbe essere dare un tot a collaboratore per ogni mese di chiusura forzata in aggiunta al ristoro in percentuale. Nel 2020 abbiamo perso cinque mesi di lavoro, perso il 31% di fatturato; ma Rai, Siae, Tari sono rimaste immutate o quasi. Che almeno ci diano un aiuto sul fisco. Sono contrario ad una Pace fiscale universale: aiuta solo i furbi. Molto meglio aiutare i settori realmente danneggiati. Sarebbe un modo per dare una spinta alla ripartenza».

«Ma perché ostinarsi a chiudere le aziende se non si hanno i fondi per ristorarle? E distruggere l’economia! Sarebbe molto meglio lasciare aperte tutte le attività con i giusti protocolli, anche rafforzati. I ristoranti, fatte salve le distanze interpersonali, se fanno ristorazione all’aperto che problemi potrebbero dare? Qualcuno dice che è per limitare la gente in giro. Ma la gente in giro c’è lo stesso, si riuniscono in strada e nelle abitazioni private».

«Per gli interni potrebbero essere previste forme aggiuntive di sicurezza: aspirazione forzata di tot metri cubi/ora per m2, paratie ecc. Ma una volta dato l’ok (e dopo che le aziende hanno speso soldi) basta chiusure! Il problema resta il controllo. Per evitare situazioni di affollamento e non rispetto delle regole basterebbe modificare il sistema dei controlli. Nel 2020 i controlli Covid li faceva quasi esclusivamente la Asl (almeno nella nostra zona), solitamente di sera. Forse sarebbe meglio che tali controlli venissero fatti di pomeriggio».

«Per il controllo del territorio, specie in alta stagione, basterebbe una piccola task force di due agenti che facciano il giro di tutti i locali. Il controllo sarebbe rapido: visto il cartello esterno del numero massimo di clienti, si affacciano, contano i clienti, verificano i distanziamenti e che non ci siano tavoli con più di quattro persone, controllano la presenza dei gel disinfettanti e se ne vanno. Cinque minuti. Sai quanti locali controllano in una serata? Lo stesso locale anche più volte in un giorno. Si eliminerebbe il problema dei furbi».

«A che serve l’attuale zona Arancione? A niente. Solo a farci perdere tempo. Quando scatta l’Arancione, si chiudono i ristoranti, bar e poche altre categorie minori. L’inutilità è dimostrata dal fatto che i contagi non scendono. Quasi sempre si passa al Rosso. Per tornare al Giallo in tutto servono due mesi. Sarebbe molto meglio che dal Giallo (con i ristoranti aperti!), in caso di contagi fuori scala, si facesse subito un periodo di Rosso. In questo modo dopo una pausa di 15/20 giorni si potrebbe ricominciare a vivere».

«Confesso che sono molto arrabbiato e deluso di come ci stanno trattando. Non mi meraviglierei se qualche disperato facesse qualche gesto clamoroso. Spero che la vostra associazione, insieme alle altre, possa far capire a questi signori che stanno sbagliando».

Paolo Bracci

Trattoria a Casa di Paolo e Rosita